Media e potere – l’informazione fra totalitarismi e democrazia

Premessa

La sostanziale crisi della classe media iniziata negli Stati Uniti verso la fine del secolo scorso e poi proseguita con la crisi economica del 2008 in Europa sta mettendo a dura prova le democrazie occidentali. È proprio nella classe media, infatti, che sono nate e si sono sviluppate le forze democratiche. In realtà è stata la classe media a creare l’idea di “repubblica” in Europa ed è contando sulla classe media che ci siamo risollevati dopo le guerre. Non dobbiamo per questo dimenticare, tuttavia, che l’eccessiva instabilità di questa classe sociale, a sua volta, determina l’instabilità in tutta la società. Oggi stiamo assistendo a un impoverimento della classe media dovuto sicuramente a una perdita di identità oltre che da una perdita di “potere”.

Quello che vorrei evidenziare, però, è come l’appiattimento culturale e la sfiducia serpeggiante in quelle che, una volta, erano le istituzioni politiche volute e sostenute proprio dalla classe media stia portando a una crisi della democrazia stessa, intesa come svuotamento nella partecipazione soprattutto in un contesto dove il potere dei media diventa sempre più ampio dato, da un lato, il proliferare dei canali di comunicazione e dall’altro nell’assunzione di un atteggiamento passivo nei confronti delle informazioni, indispensabili per avere un giusto controllo sull’ “ordine del giorno”.

Questo atteggiamento per la maggior parte inconsciamente e indirettamente indotto da una serie di fattori contingenti, come la crescita tecnologica esponenziale, l’invecchiamento della popolazione, lo spostamento dell’interesse delle nuove generazioni e, non ultimo, la perdita di un coscienza deontologica anche da parte dello stesso sistema dei media ha portato nel tempo a un progressivo indebolimento delle capacità critiche da parte degli gli stessi destinatari delle informazioni che, ha reso sempre più difficile districarsi nella “giungla dei media”.

La democrazia alla prova

Due dei criteri che Robert Dahl individua per riconoscere l’idea di democrazia: il diritto all’informazione e il controllo dell’ordine del giorno e poi sviluppati nell’accesso ai media alternativi sono uno dei campi in cui si gioca oggi la partita per la democrazia.

Libertà di accesso e informazione non significa, però, necessariamente volontà da parte dei cittadini di informarsi correttamente e nello stesso tempo capacità e obiettività dei media nel farlo. Il proliferare di mezzi di comunicazione “aperti” (internet, e social media su tutti, ma non solo), ha creato un sovraccarico di informazioni, una sovraesposizione a cui i cittadini (il popolo) devono, o almeno dovrebbero, riferirsi, nel cercare di identificare il loro “ordine del giorno”. In questa ricerca sono però sottoposti a una tale a una tale quantità di informazioni che, giocoforza, necessitano analisi critica, in un scenario, però già fortemente e pesantemente compromesso da una sostanziale sfiducia nei componenti delle istituzioni politiche. E questo è tutt’altro che un particolare da tralasciare in quanto politica, istituzioni politiche e fiducia e partecipazione alle stesse sono i fondamenti di una vita democratica.

In tale contesto, pertanto, il tarlo della contro-informazione, l’antagonismo, di rivoluzione contro “i media di sistema” o, più in generale, contro tutti i supporti convenzionali, si fa sempre più spesso strada nel sostituire la volontà critica del cittadino e fornendo una versione, già confezionata dell’analisi. Il risultato di tutto questo e la quasi totale mancanza di capacità di individuare una fonte indipendente di informazioni, o semplicemente di creare un parere attraverso una ricerca che, non appartiene quasi più al Popolo.

Linguaggio totalitario (propagandistico) dei media

La differenza fra totalitarismi e democrazia o, per meglio dire, fra una riproduzione di un regime totalitario e una democrazia partecipata e reale si gioca dunque oggi, soprattutto, su un piano mediatico. Nel senso che per il potere che i media hanno, in questa stagione politica, assunto per loro tipologia e diffusione sono, molto più di ieri, in grado di influenzare il popolo (influenzabile) trasformandolo in massa e quindi non più cittadino, ma “suddito” di un regime totalitario.

La storica differenza fra massa e popolo che identifica le cittadinanze di regimi totalitari e paesi democratici può senza dubbio applicarsi anche ai destinatari dell’informazione. Non a caso il termine anglosassone per definire questi strumenti viene tradotto in “Mass Media”, dove il temine “mass” indica genericamente i “gruppi”, la “gente” evidenziando probabilmente la fruibilità e la semplicità con cui attraverso questi mezzi l’informazione passi. Opponendo quindi la “massa” (tutti) a un’élite (pochi). La definizione comune di mass media ha dunque un’accezione positiva nel momento in cui l’informazione è per tutti.

Tuttavia, dal punto di vista filosofico politico il termine massa non è da intendersi in questo senso. Hannah Arendt del suo volume “Le origini del totalitarismo”, infatti, contrappone la massa a popolo, ove la prima non è altro che il terreno dove attecchiscono e si sviluppano le idee totalitarie, divenendone poi la principale sostenitrice. Molto interessante (e preoccupante) è verificare che molte delle condizioni (naturali o indotte, come nel caso di Stalin per l’Unione Sovietica) si stiano riproponendo anche nel nostro tempo, con i debiti distinguo e le giuste differenze. Nel caso non considero la forma di governo, ma come ci si pone di fronte all’informazione.

Comportandoci da “massa” o da “popolo” nei confronti dei media, a prescindere da come da questi stessi si venga trattati, si fa una differenza. Nel primo caso anche in democrazia si assisterà una dittatura dei media un totalitarismo dell’informazione non meno pericoloso e con effetti non meno devastanti di quello di un regime politico “tout court”. In questo processo non sono certo esenti da responsabilità gli stessi media e come questi vengano utilizzati.

Uno degli aspetti da analizzare se non non il principale è senza dubbio il linguaggio. Che provenga da un medium “standard”, dalla rete o da un singolo esponete politico, la differenza fondamentale nel distinguere un messaggio di tipo “totalitario” ancorché in un ambiente pienamente democratico è proprio il linguaggio.

Nel definire le differenze fra una comunicazione “persuadente”, ma corretta e la propaganda ci viene in aiuto Anna Maria Testa che nel suo sito internet “nuovoeutile.it” si sofferma proprio sul nuovo trend del linguaggio nella comunicazione politica (ma non solo). La propaganda usa degli schemi linguistici propri e definiti. Questo tipo di linguaggio, endemico dei regimi totalitari almeno in una fase iniziale di insediamento e di indottrinamento delle masse, non è utilizzato, come abbiamo visto solo ed esclusivamente in quel contesto.

I toni propagandistici, infatti, sono, proprio in questi ultimi tempi, appannaggio di un nuovo linguaggio politico che trova spazio nel vuoto lasciato dalla cosiddetta politica della prima repubblica e dalle premesse fatte all’inizio di questo studio.

A questo tipo di linguaggio fa eco il proliferare dei mezzi di comunicazione alternativa come il web ai quali molti dei movimenti che utilizzano temi propagandistici si appellano nel nome di una democrazia “diretta” che, però, non è sempre il miglior modo di esercitare il potere democratico. Come ci ricorda Luciano Floridi in “LA DEMOCRAZIA DIRETTA DEL WEB NON FUNZIONA (E ALTRE 2 LEZIONI DELLA BREXIT) su www.chefuturo.it.

In particolare è su un passaggio di Floridi che desideriamo porre l’attenzione: “La democrazia diretta si avvicina molto di più alla dittatura di quanto la democrazia rappresentativa non possa mai fare”. Un passaggio che ci aiuta a introdurre il concetto per cui è in un contesto come quello attuale, di confusione mediatica di sovraesposizione e di sostanzialmente sfiducia nel tradizionale dialogo politico che chi si appropria e padroneggia strumenti adatti a sostenere una sorta di democrazia diretta come può essere il web incorre nel concreto pericolo di trasformarsi in dittatore e trasformare di conseguenza la democrazia in totalitarismo, mediatico, ma pur sempre assoluto.

La sovraesposizione mediatica dunque, l’accavallarsi di fonti non immediatamente verificabili di informazione e soprattutto l’utilizzo attraverso i nuovi media di linguaggi di tipo propagandistico e volendo utilizzare un termine molto in voga, “populistico, assimilabili per forma, non ancora e non sempre per contenuti, a quelli utilizzati dai regimi totalitari contribuiscono a creare una situazione che mette a rischio l’idea stessa di democrazia partecipata ancorché rappresentativa.

Nell’accedere ai mezzi indipendenti di informazione. La definizione di mass media o media di massa intesa in senso positivo democratico assume in questo contesto una valenza opposta dove il mezzo diventa lo strumento che appiattisce omologa e, di fatto, mina i valori stessi della democrazia moderna.

Conclusioni

Partendo da dove avevamo iniziato questo discorso, cioè da quali siano gli attuali pericoli per una democrazia considerando la sua complessità in rapporto all’elemento umano possiamo delineare come l’assolutizzazione dei principi democratici in una sorta di dittatura della democrazia intesa come diretta e partecipata attraverso i moderni media di massa si unisca nell’esercizio della propaganda come linguaggio moderno di questi nuovi media, a creare proprio quella strumentalizzazione e svilimento degli stessi principi democratici che si vorrebbero sostenere.

La trasformazione progressiva attraverso la mancanza di spirito critico, di volontà e in certi contesti di partecipazione, del popolo, definizione principale del cittadino lo stato democratico, in massa che, come abbiamo visto è il substrato culturale e sociale da cui nascono i totalitarismi, crea i presupposti per tutto questo. Questa trasformazione non avviene però attraverso i meccanismi che abbiamo conosciuto all’inizio dello scorso secolo, ma attraverso la mancanza di una lettura critica delle informazioni che mai come in questo periodo storico sono tante e diverse quanto difficilmente verificabili e confuse.

La trasformazione del popolo di massa si gioca dunque nel ventunesimo secolo non più attraverso “grandi adunanze”, ma su un piano squisitamente mediatico. Principalmente il danno più grave è stato quello, da parte di tutti, di perdere o non esercitare consapevolmente la propria capacità critica. Allo stesso modo l’incalzante progresso tecnologico rende sempre più difficile rimanere al passo con l’evoluzione dei media. Questo però non deve essere né una scusa né una giustificazione per cittadini e governanti. Né tantomeno, in un contesto democratico, dovrebbe essere sfruttato per ottenere consenso in modo come abbiamo visto, per usare un eufemismo, “borderline” rispetto principi democratici. In un contesto come quello attuale in cui si hanno a disposizione tutti glistrumenti culturali e tecnologici per accedere fonti alternative di informazione e controllare l’ordine giorno rimane solo la necessità e la volontà di sviluppare e di esercitare la giusta capacità critica che impedisca al potere dei media e, a chi lo esercita in maniera oggettivamente dolosa, di trasformarci da “popolo” in “massa”.

Fonti

Hannah Arendt A. A. – Le origini del totalitarismo (2004 e 2009), Torino, Giulio Einaudi Editore

Arnaldo Bagnasco – La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale (2016), Bologna, Il Mulino Robert Dahl R. D. – Sulla democrazia (2010), Roma-Bari, Gius. Laterza e Figli S.p.A.

http://nuovoeutile.it/propaganda-che-cosa-e/

http://www.chefuturo.it/2016/07/democrazia-web-digitale-brexit/

http://www.corriere.it/politica/16_settembre_28/de-benedetti-una-nuova-grave-crisi-economica-mettera-pericolo-democrazie-renzi-parisi-berlusconi-referendum-57791092-84e8-11e6-b7a9-74dcfa8f2989.shtml

http://www.libertaegiustizia.it/2009/11/24/giornali-e-democrazia-al-tempo-di-internet-il-caso-italia/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Le-radici-della-crisi-del-ceto-medio-Intervista-ad-Arnaldo-Bagnasco-c27cf15d-123e-4986-866f-74e5cf20bbfa.html

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